2009/07/08

Quando il jazz incontra gli zulu

Zulu meets jazz è il titolo del documentario di Ferdinando Vicentini Orgnani che racconta di una ricerca e di un incontro. Protagonisti di questa storia sono il trombettista italiano Paolo Fresu e la KZN (Kwala Zulu Natal) Vintage Legends Orchestra di Theo Bophela e Ndikho Xaba. “L’idea del documentario” - dice il regista - “ è nata quando con Paolo Fresu abbiamo deciso di intraprendere un viaggio visivo e sonoro nelle terre del SudAfrica per andare alla ricerca delle radici della musica jazz dopo essere stati invitati ad un festival del luogo”.

La ricerca musicale diventa anche il pretesto per raccontare la storia della KZN Vintage Legends Orchestra che riunisce più di 20 musicisti con il fine di preservare e trasmettere ai più giovani un patrimonio musicale e culturale ricchissimo. È il racconto di una musica che non entra nei canali ufficiali, quella radicata nella cultura e nelle tradizioni, legata al passato tragico e alla memoria collettiva del paese. Il filo della narrazione passa attraverso le parole e la musica dei leader della KZN Orchestra: Theo Bophela compositore raffinato rimasto in SudAfrica dove ha scritto canzoni di successo e Ndikho Xaba polistrumentista e sperimentatore di suoni che ha lasciato il paese per gli Stati Uniti dove ha lavorato con i grandi del jazz.

In questa tela che intreccia storie personali, tradizioni culturali e sonorità musicali, Paolo Fresu e la sua tromba dialogano con la musica dell’Orchestra, si confrontano attraverso suoni e melodie in un reciproco scambio. Così che la curiosità si trasforma in reciproca scoperta e questa in rivelazione espressa attraverso l’arte.

Un tubo di plastica percosso da un cucchiaio si trasforma in un ruggito di una belva selvatica, una lastra di metallo evoca il fragore di un temporale e lo scroscio della pioggia, una melodia si confonde con il suono ipnotico di un grande arco, una corda di ferro percossa da due bacchette diventa una chitarra slide riverberata. E’ la magia prodotta da chi sa ascoltare i suoni.

Da un teatro di Durban al palco del Rainbow jazz club i protagonisti di questo viaggio attraverso la conoscenza reciproca trovano punti di contatto capaci di integrarsi e di rievocare le radici comuni. Un incontro che ci fa capire quanta ricchezza umana e artistica c’è nel reciproco confronto e quali meravigliosi risultati possono scaturire dalla capacità di mettere in discussione le proprie certezze culturali.



ZuluMeetsJazz - 2008
Prodotto da Albaproduzioni
www.zulumeetsjazz.com
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2009/07/03

Lavanderia sudafricana

Lo sanno tutti. Lo sanno tutti che Robert von Palace Kolbatschenko, miliardario finanziere sudafricano, in realtà è Vito Roberto Palazzolo nato a Terrasini (Palermo) nel 1947 e condannato a 9 anni in Italia per aver riciclato per anni i denari sporchi della mafia siciliana.
“Don” Vito Palazzolo, alias Robert Von Palace “principe” di origine russa, dal 1987 vive circondato da guardie del corpo nella lussuosa fattoria-azienda di Franschoek nella provincia di Città del Capo. Da qui controlla un impero economico e finanziario che va oltre i confini del SudAfrica.

Nel marzo 2009 la Corte di Cassazione di Palermo ha confermato per Vito Roberto Palazzolo la condanna a 9 anni di reclusione per associazione mafiosa. In particolare Palazzolo è stato riconosciuto colpevole di riciclaggio di denaro proveniente da traffici illeciti.

Dal 1998 l’Italia chiede al SudAfrica l’estradizione in vista del processo. Prima ufficialmente rifiutata perché la sentenza non era ancora definitiva, ora con la motivazione che nel paese non esiste il reato di associazione mafiosa. Per provare a capire il perché di questo rifiuto occorre ripercorrere brevemente la vicenda e i viaggi di uno dei più influenti “uomini d’affari” del SudAfrica.


Vito Palazzolo, scappato dalla Svizzera - dove stava scontando una condanna - arriva nel 1987 in SudAfrica e diventa uno dei maggiori finanziatori del National Party di De Klerk.
In quegli anni il paese, sotto l'apartheid, accoglieva senza fare troppe domande ingenti capitali dall’estero o da società off-shore che investivano spesso in casinò e hotel di lusso, soprattutto nelle terre Bantu.
La mancanza di vigilanza permetteva a qualsiasi straniero di fare entrare ed uscire denaro dal paese senza doverne rendere conto a nessuno. Vito Roberto Palazzolo, sfruttando le carenze legislative sudafricane ha potuto così applicare un meccanismo di “lavaggio” dei proventi illeciti simile a quello scoperto con le indagini denominate “Pizza Connection” negli anni ’80.

Grazie ai soldi reinvestiti “Don” Vito diviene ricchissimo ed oltre alla cittadinanza sudafricana ottiene l’amicizia di molti potenti che lo proteggono in tutti i rami e a tutti i livelli dell’amministrazione. Possiede un’importante compagnia di acque minerali, miniere di diamanti in SudAfrica e in Angola, controlla un centro per il taglio delle pietre preziose a Città del Capo ed è sospettato di contrabbandare armi oltre che gli stessi diamanti. Ma non solo. Gli “interessi” si estendono all’uranio della Namibia passando per società off-shore con sede nelle British Virgin Islands.


Come è possibile che con una condanna definitiva a 9 anni di reclusione Robert von Palace - Vito Palazzolo non solo gira liberamente ma addirittura ha fatto e fa ingenti affari muovendo enormi capitali tra SudAfrica, Angola e Namibia?

Avranno certamente contato le amicizie ad altissimo livello, ma anche le carenze della legislazione sudafricana in materia di riciclaggio hanno la loro responsabilità. Solo nel 1998 con il Prevention of Organized Crime Act e l’istituzione del Financial Intelligence Centre del 2001, il paese si è infatti dotato di una legislazione e di alcuni strumenti per prevenire e combattere il riciclaggio del denaro sporco.

Attualmente le leggi obbligano a maggiori controlli banche, imprese, compagnie di assicurazioni, uffici di cambio, casinò e concessionari di traveller’s cheques. L'identificazione del cliente, i requisiti di registrazione, i controlli interni sono alcuni degli adempimenti che gli operatori economici e finanziari devono seguire per rimanere nella legalità. Secondo il FATF la Financial Action Task Force dell'Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) dal 2003, anno in cui è entrato a farne parte, il SudAfrica ha fatto passi in avanti per assicurare la trasparenza delle operazioni. A prova di questo impegno ci sarebbe il costante aumento delle proprietà confiscate.

Non è però il caso di Robert Von Palace Kolbatschenko, che il 1 luglio 2009 alla stampa dice che per lui rappresenta una vergogna essere accusato di avere gestito i patrimoni della mafia. Forse può essere un vanto per i pentiti – dice - ma per lui no.
Di certo ora c’è una sentenza definitiva che lo individua come prodotto di quel made in italy costantemente rimosso dai nostri discorsi pubblici che accanto all’arte, la moda e il cibo ci rende famosi nel mondo.
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2009/06/23

Somewhere over the rainbow

Il Rainbow restaurant jazz club aprì il 17 dicembre 1981 a Pinetown nella città di Durban, provincia di KwaZulu Natal. Due anni dopo i suoi fondatori Ben Pretorius e Billy Mthembu riuscirono nella non facile impresa di ottenere le licenze necessarie per vendere liquori accanto a cibo e birra di sorgo. Erano tempi in cui il colore della pelle segnava una linea di discriminazione razziale. I primi a suonare nello storico locale furono il chitarrista Philip “Dr. Malombo” Tabane e il sassofonista Winston “Mankunku” Ngozi.

L’importanza del Rainbow restaurant jazz club nella geografia dei luoghi della cultura sudafricana sta nel fatto che presto divenne un punto di riferimento per coloro che si battevano contro il regime segregazionista. Nel corso degli anni i migliori musicisti sudafricani portarono la loro musica sul palco del Rainbow, celebrando la propria cultura e contribuendo a diffondere la protesta contro il regime. Solo per citarne alcuni: Philip “Dr.Malombo” Tabane, Winston “Mankunku” Ngozi, il gruppo Sakhile, la voce di Thandie Klaasen, il piano di Pat Matshikiza e il sassofono di Basil “Mannenberg” Coetzee. Alcuni di essi durante gli anni bui dell’apartheid decisero di rimanere in SudAfrica legando il proprio nome al palco del Rainbow.

Nell’ immaginario collettivo è rimasta impressa la “marcia musicale” del 1985, quando il locale si trasferì nella sua attuale sede al ritmo di “The Struggle for Jazz, Jazz for the Struggle”. Immagini che girarono il mondo contribuendo a diffondere notizie di un luogo e di una lotta. Come sono rimaste famose le performance di Basil “Mannenberg” Coetzee, che proclamava sul palco “il mio sassofono è una pistola!” o il percussionista Mabi Thobejani del gruppo Sakhile che imitava il rat-a-tat-tat dei fucili AK-47.

Nel corso degli anni il Rainbow ha cambiato proprietario ma è rimasto luogo di incontro tra generazioni (alle sessioni del martedì sera vanno soprattutto giovani musicisti che si preparano per quelle più frequentate della domenica pomeriggio), e anche crocevia di culture.

Il trombettista italiano Paolo Fresu è tra coloro che hanno avuto questo onore. L’occasione è stato un concerto che lo ha visto protagonista insieme alla la KZN (Kwala Zulu Natal) Vintage Legends Orchestra guidata dai musicisti sudafricani Theo Bophela e Ndikho Xaba.
Da quest’ percorso tra culture ed esperienze musicali è stato anche realizzato il film documentario “ZuluMeetsJazz” di Ferdinando Orgnani (2008) in cui vengono raccolti i suoni di un incontro e raccontate storie di uomini e donne che attraverso la musica intessono il filo della memoria.

Qualcosa di molto simile alla storia del Rainbow restaurant and jazz club.
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2009/06/21

Mille api allo stadio

Chissà quanti guardando le partite della Confederation Cup di questi giorni si saranno chiesti da dove provenisse quell’incessante ronzio di sottofondo che echeggiava nello stadio durante le partite. Chissà se qualcuno non abbia inveito dal divano contro la nuova supertecnologica tv home theatre dolby surround, etc..appena acquistata. La curiosità è presto soddisfatta. È il suono di centinaia di vuvuzela.

Il vuvuzela è una specie di corno di plastica che produce un assordante suono a metà strada tra un barrito di elefante e il ronzio di uno sciame di api arrabbiate. Si suona soffiando nel tubo modulando l’aria con gola, labbra, e lingua. Il vuzz –vuzz che ne risulta è probabilmente anche all’origine del nome che rimane comunque incerta: alcuni sostengono che derivi dal nome zulu “fare rumore”, altri dallo slang per indicare “doccia” e quindi “ fare una doccia a qualcuno con la musica” o forse per la sua forma somigliante.

Per il forte impatto che producono le vibrazioni di centinaia di vuvuzela durante le partite, un vero e proprio muro sonoro, in SudAfrica è nato un dibattito tra favorevoli e contrari che ha costretto la stessa Fifa a prendere una posizione in vista della Coppa del Mondo del 2010. Alla fine il Comitato Organizzatore Locale (OC) è riuscito a convincere la Fifa che il vuvuzela è parte integrante dello spettacolo che offre il calcio in SudAfrica e che perciò andava consentito l’uso negli stadi. Con buona pace per quei “tardoni” contrari che dovranno ricorrere a tappi di cera per le orecchie.


Oggi questo corno in plastica, la cui massiccia diffusione commerciale è avvenuta dal 2001 ad opera dell’azienda produttrice, è molto popolare soprattutto tra i giovani. Tanto che è entrato a far parte di un orchestra davvero speciale che si esibisce negli stadi e accompagna i cori dei tifosi. La prima è andata in scena nel novembre 2007 in occasione della partita della nazionale dei Bafana-Bafana contro gli Stati Uniti, ed è molto probabile che il suo ronzio ci rimarrà negli orecchie per parecchio tempo.
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2009/06/19

I semi della discordia

Dal 1997, anno in cui fu varato il “Genetically Modified Organism Act”, piccoli coltivatori o grandi latifondisti sudafricani possono ricorrere all’uso di semi geneticamente modificati.
È infatti poco noto che il Sud Africa è stato il primo paese del continente ad impiantare semi GM/GE (Genetically Modified o Genetically Engineered), ed è l’unico paese ad oggi della Comunità per lo Sviluppo dell’Africa Australe (SADC, Southern African Development Community) che coltiva sementi GM.

Un ruolo cruciale nella diffusione delle sementi GM lo hanno avuto le grandi multinazionali* produttrici di sementi che attraverso studi e ricerche hanno fatto passare l’idea che i campi coltivati con semi GM diano un raccolto più fruttuoso.

La produzione di OGM

La produzione di organismi geneticamente modificati in SudAfrica è cominciata nel 1998 con una varietà di mais destinata al consumo alimentare animale (yellow-grained GE corns). Poi nel 2001, con la complicità del governo sudafricano che ha approvato una legislazione favorevole, la produzione è stata estesa alla varietà di mais destinato al consumo umano (white-grained GE corns, l'ingrediente base del mealie pap, il piatto più diffuso). In particolare il seme del mais è stato modificato con un gene di un batterio (BT gene, Bacillus thuringiensis gene) che producendo tossine darebbe alla pianta una sorta di immunità dagli attacchi di alcuni parassiti. In altre colture il patrimonio genetico è invece modificato rendendole immuni ai danni provocati dall’utilizzo dei prodotti chimici come gli erbicidi.
Al 2004 la produzione di mais geneticamente modificato è arrivata al 10%, grazie anche alle politiche del governo che ha distribuito gratuitamente sementi ai piccoli coltivatori nella regione di KwaZulu-Natal, mentre Monsanto faceva lo stesso nella regione di Eastern Cape.
Oggi in SudAfrica si coltivano patate, cotone, mais e soia usando semi GM e accanto ai benefici che una parte di contadini sostiene di trarne, c’è un’altra parte che solleva dubbi. In particolare coltivatori e scienziati avanzano domande sugli effetti del cibo GM nel lungo periodo sull’organismo umano e chiedono da parte del governo scelte ragionevoli e consapevoli, libere dai condizionamenti dei grandi interessi economici che muovono il mercato.

Effetti sulle comunità agricole

La via intrapresa dal Sud Africa sembrerebbe quella di un’agricoltura d’avanguardia fondata sulla sperimentazione dei semi Gm, ma la generosa fiducia nelle biotecnologie del governo e la strategica promozione commerciale delle multinazionali in realtà per i piccoli coltivatori si è rivelata una trappola. Infatti gli agricoltori che usano semi GM devono firmare un contratto che li obbliga a non conservare semi per l’anno successivo: devono in sostanza comprare ogni anno dalle multinazionali (che ne detengono i diritti e le proprietà intellettuali) le sementi per il loro raccolto. Considerando che per circa il 90% dei piccoli coltivatori i semi conservati in una stagione sono una ricchezza per la successiva, si capisce quali devastanti conseguenze sul piano economico e sociale potrà avere l’impiego prolungato di queste sementi. Proprio sulla mancata possibilità per il coltivatore di conservare i semi, lo stesso stesso Dipartimento dell’Agricoltura ammette che “il sistema dei diritti della proprietà intellettuale (…) ha fallito nell’incrementare la produttività tra coloro che hanno beneficiato della riforma agraria”.

Un confronto con l’Italia
Alla perdita da parte dei piccoli coltivatori del controllo dei semi e quindi della produzione si somma anche l’obbligo per i contadini di ricorrere nuovamente alle multinazionali per comprare pesticidi e fertilizzanti abbinati agli OGM ritrovandosi indebitati e rischiando di perdere la propria terra. Un altro fattore da tenere presente è il rischio perdita di biodiversità dovuto ai pollini della piante GM che possono impollinare specie non trattate. In Italia si è voluto chiudere un occhio vietando la coltivazione di OGM in campo aperto ma rendendolo legale in serra o laboratorio.
Le ricadute sono tanto per il produttore quanto per il consumatore poiché la legislazione del SudAfrica sulla rintracciabilità del prodotto non obbliga il produttore o il distributore ad indicare sull’etichetta l’utilizzo di OGM impedendo di fatto la libertà di scegliere in sicurezza tra un prodotto geneticamente modificato piuttosto che uno non geneticamente modificato. In Italia la cui produzione agricola ha “eccellenze” da difendere, sui banchi dei supermercati si trovano anche prodotti con derivati da OGM la cui presenza deve essere indicata per legge sull’ etichetta.

OGM un dibattito aperto
Sugli OGM il dibattito è ancora aperto. Tuttavia se una parte della comunità scientifica non solleva particolare dubbi sull’affidabilità, un’altra parte evidenzia come le manipolazioni genetiche siano imprevedibili a lungo termine. Per questo ritengono che prima di imboccare una strada che potrebbe essere senza via di uscita sia necessario discutere e individuare metodologie di laboratorio in grado di dare risultati più affidabili per la tutela della salute dell’uomo. Aldilà delle ricerche scientifiche un interrogativo s’impone: è lecito consentire a poche multinazionali private di controllare la produzione dei semi sostituendosi di fatto alla natura?


(*)Le multinazionali del mercato agricolo MONSANTO, PIONEER, DOW, BAYER, SYNGENTA, BASF controllano il 90% della produzione di sementi GM

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